On the digital nature of contemporary migrant memories (Valigie Digitali)

A conversation with Tommaso Sbriccoli (Verso Lab)

If there is one thing that denotes the unique historical nature of the contemporary migratory flows coming into Europe, it is not the numbers of people involved or the distance they have covered. It is, rather, the digital nature of their journey. A source of information and a way of keeping in touch with distant relatives, a smartphone is a migrant’s best friend.

The Valigie Digitali (digital suitcases’) exhibition that is currently on display as a part of the Siena Città Aperta festival owes its existence to this aspect of the asylum seekers’ life. Organized by Verso Lab, an association that offers anthropological and intercultural expertise in Siena, the exhibition puts on display the digital memories of migrants from Pakistan, Nigeria and Ghana, combining pictures and handwritten narratives with mobile video and audio recording of the migrants’ journeys.

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I had the chance to visit the exhibition and exchange a few ideas with anthropologist Tommaso Sbriccoli, one of the curators of Valigie Digitali together with Daniela Neri and Bernardo Giorgi (sound-narratives by Giulio Aldinucci).  [English translation in green below]

 

A: Credo che Pasolini abbia detto che la differenza fra il cinema e la vita, è che a differenza del cinema la vita è completamente sconnessa e scomposta, e che l’unica cosa che fa il montaggio finale è la morte. Mi viene in mente spesso, mi è venuta in mente vedendo il modo in cui voi avete lasciato un sacco di fili che possono o meno dipanarsi dalle fotografie, dagli audio, dai video che avete messo. Senza creare un senso di completezza perché comunque non stiamo parlando di una storia come può essere anche un documentario, che ha comunque un montaggio. Uno snapshot diciamo, che poi può essere completato da chi ha scelto di offrirvi la loro storia, può essere completato da voi, può essere completato da un visitatore. Ho avuto questa impressione di ‘manca un montaggio’, non perché non sono stati bravi, manca un montaggio perché non puoi montare una vita. Puoi scegliere dei pezzetti da mettere in una mostra ma non puoi chiaramente catturare una vita in modo tale da trovarle un senso tu, e completarla.

A: I think it was Pasolini who said that unlike cinema, life is completely disconnected and incoherent, and the only thing that does the final editing is death. I think about it a lot, and it came to mind seeing the way the exhibition lets several threads depart from pictures, audios, videos. It does not create a sense of completeness because we are not talking about a story in the same way as a documentary, where editing is still present. It’s a snapshot, which the storyteller can expand on, which you can expand on, which a visitor can expand on. I had this feeling that an editing was missing, not because you could not do it, but because you cannot edit a life. You can pick out pieces to make an exhibition, but you cannot clearly capture a life in such a way as to give it full meaning.

T: Sì, sono d’accordissimo, il problema è che poi spesso questo viene fatto. Spesso le rappresentazioni del migrante, del profugo, del richiedente asilo, vengono squalificate completamente, non vengono neanche raccontate. Quello che viene raccontato è che non si tratta di fughe, ma di un’invasione dovuta a problemi economici e che quindi non ci riguarda. Viene così viene preclusa anche la possibilità di arrivare a conoscere una persona.

T: Yes, I agree. The problem is that this happens all the time. Representations of migrants are often disqualified in full, their stories are not even told. What we are told instead is that it’s not an escape but an invasion, something dictated by economic issues and which should not concern us. So the very possibility of getting to know someone is eliminated.

Dall’altro canto per alcuni viene invece detto: ‘ha lasciato il suo paese a causa della guerra, è venuto qui solo a cercare pace.’ In questo caso siamo di fronte ad una narrazione standard, che non ci dice niente sulla persona, però costruisce una sorta di categoria a metà tra la vittima e la categoria legale, che in alcuni contesti può anche avere senso. Però poi per quanto riguarda le relazioni interpersonali, che sono quelle che sono e saranno importanti nei prossimi anni, quelle fra esseri umani in uno stesso territorio, serve a poco. Serve invece capire, come dicevi prima, che un montaggio definitivo al massimo si può fare quando una persona è morta, e anche in quel caso solo perché la persona non si può più difendere, praticamente, anche se ci sarà sempre qualcun altro che darà una lettura diversa. Però è presente in questa mostra proprio la volontà di non uccidere nessuno, di lasciare la vita aperta nella sua complessità.

On the other hand, you sometimes hear: ‘he’s left because of the war, he only came here looking for peace.’ What you see here is standardized narration, which does not say anything about a person, but constitutes a category in between victimhood and a proper legal definition, which may even make sense in certain contexts. However, with a view to the relations that are and will be important, the relations between human beings sharing the same territory, these definitions are useless. What is useful is understanding, as you were saying, that you can do the ‘editing’ only when a person is dead – and even then, only because they cannot defend themselves, and there will always be someone who gives a different reading. We do not want to ‘kill’ anyone with this exhibition, we want to leave life open in all its complexity.

Un’altra cosa interessante, che si dice anche nel libriccino della mostra nella conversazione con Stefano Jacoviello, un semiologo con cui ho lavorato a lungo sul percorso legale di richiesta di asilo, è che queste nuove tecnologie sono centrali nelle nuove migrazioni. Spesso a queste persone viene sottratto tutto nel giro di poco da quando partono e gli rimane solo un telefono e una sim, talvolta solo una sim perché il telefono gli viene rubato, e se non ce la fanno a salvare la sim quando gli rubano il telefono gli rimane solo quello che hanno caricato sui social network. Quindi c’è questo feedback continuo fra l’oggetto che tu hai in mano e il cloud… e quello che non riesci a salvare sul cloud poi non ti appartiene più. Però tutti questi materiali che le persone si portano dietro, e che sono il loro mondo simbolico, sono quelli attraverso cui poi davvero ricostruiscono uno spazio abitabile, uno spazio familiare, uno spazio che è intriso di malinconia, ma anche di possibilità di andare avanti… Tutti questi materiali sono ormai accessibili sul web da quasi tutti e quindi i montaggi possibili sono infiniti. Lavorare con gli artisti da questo punto di vista aiuta invece a produrre dei montaggi che pur essendo aperti fanno vedere da un lato che è possibile fare dei montaggi autonomi, che è possibile insomma anche andare a capire da soli cosa è successo. E dall’altro lato ha voluto dire fare dei montaggi che aprono il senso verso qualcosa di terzo senza però chiuderli in una versione definitiva, come dicevi tu, evitando di chiudere la storia. Qui la parola fine non c’è, e speriamo non ci sia mai.

There is another interesting thing that came out in conversation with Stefano Jacoviello, a semiologist with whom I worked on the theme of asylum application: the new technologies are crucial to these migratory phenomena. These people often see everything stolen from them soon after leaving, they are left with a phone and a SIM card or, sometimes, only a SIM card; at times, if they cannot save their SIM cards when the phone is stolen, they are left only with what they could store on the cloud… so what you could not save on the cloud simply does not belong to you anymore. And yet this material, which constitutes their symbolic world, from which they will reconfigure a habitable space, a familiar space, ridden with melancholy and yet full of promise… this material is now accessible by anyone and so there are endless possibilities of ‘editing’. Working with artists, we can create montages that are still open, but they tell you there is still a possibility of ‘editing’, and that you can recover the story of what has happened. We perform editing that opens up a third space, without sealing the stories into definitive aspects. There is no end here, we hope there will never be one.

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A: Sì, poi torniamo qui a quello che dicevi prima, che anche quando ci sono persone che sono genuinamente a favore dell’accoglienza, provano genuina compassione verso persone che arrivano in Italia tramite le rotte mediterranee, c’è rischio che comunque si perdano un sacco di cose confinandoli nella narrazione della guerra in Siria, nella narrazione di Boko Haram, non pensando magari invece a Mohamed che è un fan della Juventus, a Yacouba a cui piace la pizza, e che hanno veramente come tutte le persone, hanno una complessità, una serie di strati che però anche in un certo senso anche nella la narrazione compassionevole vengono spesso negati…

A: Of course, going back to what you said before, sometimes you see people who are genuinely welcoming and sympathetic towards those who came to Italy on the Mediterranean route; but still there’s a risk they are missing out on a lot of things by confining them within a narration on the war in Syria, on Boko Haram. They are not thinking about Mohamed who is a Juventus fan, about Yacouba who likes pizza. They are not thinking about the complexities that everyone has as a person: a series of layers that migrants are denied even by the most sympathetic of narrations.

T: Assolutamente. Non solo da quella compassionevole: io lo dico da molto tempo che il fatto che ormai si possa arrivare in Europa e ottenere dei permessi per rimanere solo attraverso la richiesta d’asilo, è una cosa pericolosa proprio dal punto di vista della costruzione delle soggettività delle persone. Pensiamo a una persona che arriva per moltissimi motivi, ed è costretto a dire che è arrivato solo per un motivo, e a far sì che la sua storia venga letta solo in una direzione. Dover dare una curvatura, che per forza è quella della vittima, della persona sofferente, alla propria storia di vita, potrebbe sembrare innocuo. In realtà produce tutta una serie di conseguenze sulla persona, che sono conseguenze reali. Per spiegarmi meglio, intendo dire che il fatto di doversi rappresentare in un certo modo specifico, di doversi raccontare per anni, quando vai in Commissione, quando incontri gli altri, quando vai dal dottore, sempre in un certo modo, non dipende solo dal fatto che devi mantenere una coerenza nella tua storia di vita, ma anche perché le persone ti leggono già in quel modo.

T: Yes, absolutely. And it’s not only the sympathetic one: I have been saying a lot that the fact that nowadays you can only enter Europe and get a residency permit as an asylum seeker is dangerous for people’s subjectivity. Let’s think about a man who is here for many reasons, and yet is forced to say that he is here for one reason only, forcing his story to be read only in a single way. Construing a life as victimhood, suffering, may seem fundamentally innocuous. In fact, it has several consequences: having to construe your own life in a specific way, having to tell the same story to judges, doctors – not because of coherence, but because people already see you in that fashion.

Quindi, quando incontri qualcuno, spesso la prima cosa che ti dice è ‘ah poverino sei stato in Libia, ah che cosa terribile deve essere stata, oh poverino sei fuggito del tuo paese.’ Al di là del fatto che questo sia vero o meno, l’impostazione di un rapporto a priori sull’essere una vittima, e il doversi raccontare sempre con quella curvatura lì, produce secondo me dei problemi reali alla persona nel suo rapporto col sé e con gli altri, e alla possibilità invece di uno scambio reale nei rapporti che poi inevitabilmente ci coinvolgono tutti. L’istanza che produce la storia di vita dei migranti è continuamente un’istanza di vittimizzazione, o di falsificazione, quindi o sei una vittima o sei un bugiardo. E queste persone continuamente si trovano a essere rimbalzate da un polo all’altro: quale spazio di reale dialogo si può creare, nel momento in cui se sono un bugiardo non ti dirò mai la verità, se sono una vittima è inutile che parli? Questo secondo me è un aspetto molto grave.

So the first thing they tell you is ‘you poor thing, you were in Libya, it must have been terrible, you poor thing, having to flee your country.’ This may be the case or not, but however it shapes a relationship in terms of victimhood, and having to tell your own story in these terms has inevitable repercussions in the way you see yourself, in how you relate to others. It impacts the possibility of creating relationships which may benefit us all. The main feature of that story is either falsity or victimhood, you’re either a liar or a victim. Migrants are always constrained under one category or the other: what kind of dialogue can we have then? If I am a liar, I will never tell the truth; if I am a victim, it makes no difference that I speak. This is a very serious aspect.

In questo progetto cerchiamo anche di far questo, di aprire uno spazio terzo: in cui inevitabilmente c’è il viaggio, c’è la Libia, c’è la sofferenza, però, come dire, c’è anche una libertà di parola, una libertà di auto-presentazione. Nel momento in cui una persona sceglie come immagine da mettere in mostra, come ha fatto David, la foto di quando è uscito dal carcere dopo due mesi in cui è stato in una cella con una finestrella a quattro metri da cui non entrava nessuna luce – quindi è uscito dal carcere praticamente cieco – e decide di mettere questa sua foto, di fianco però a un suo scritto in cui parla di altro, parla di una vita in Italia fatta di studio, lavoro, passione… è una contrapposizione forte diciamo. C’è un passaggio che lui fa autonomamente, dalla vittima, come lui stesso si è percepito –  e vuole quindi, esponendo quella foto, che noi ci rendiamo conto anche di quest’aspetto – al racconto di un’esperienza difficile anche, ma di una vita che adesso è fatta di tutt’altro. E lui stesso adesso apre questo spazio, e decide di aprirlo. E ha avuto la libertà di farlo in questa mostra. In buona parte dell’esistenza quotidiana di queste persone questo spazio terzo di apertura di un discorso proprio non gli viene lasciato. Se lo fanno, spesso lo fanno tra di loro, quando riproducono semplicemente, probabilmente ,il loro modo di relazionarsi, mentre in tutti i rapporti con l’altro italiano locale quest’opportunità spesso non ce l’hai. E non ce l’hai neanche con chi, come dicevi te, fa della compassione l’unico sentimento attraverso cui entrare in rapporto con l’altro, che è secondo me un’altra forma di violenza, di chiusura al dialogo.

In our project, we try to open a third space, which inevitably contains the journey, contains suffering, but also provides freedom of speech, freedom to present oneself. David chose to present himself with a picture of when he left prison, where he had lived for two months in a cell where the only window was four meters from the ground and no light could enter, so he went out and he was practically blind – but he decided to place this picture next to a handwritten page where talks about something else entirely, he talks about his life in Italy, study, work, passion… it’s a juxtaposition. He takes a step, from the condition of victim (which he experienced, and which he wants us to know about through that picture) to an experience which may be tough but is also full of different things. He opened up this space. He was free to do it, in this exhibition.  For a good part of their lives, these people are not allowed a similar space. If they create their own discourse, they do it while talking among themselves, and so they have no way to relate it to the locals. Not even to those you mentioned before, the ones who take sympathy as the only way to build a relationship – which is, I think, another way of denying the possibility of dialogue.

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